Chi siamo

La Scacchistica Parmense è nata alla fine del 2013 su iniziativa di un piccolo gruppo di amici che si ritrovavano settimanalmente per giocare, analizzare partite, parlare di scacchi.
Nella nostra città, da molti, troppi anni mancava un luogo in cui ritrovare i vecchi amici, ovvero tutti quei giocatori e appassionati che, nati scacchisticamente a Parma sotto l’insegna del vecchio circolo Rapid, o già negli anni precedenti, si sono poi sparsi un po’ ovunque, aderendo a circoli di città vicine o, peggio, non frequentando più alcuna associazione e astenendosi dall’attività agonistica o anche solo amatoriale e dilettantistica.
Per questo è nato il nuovo circolo. Il nostro intento era ed è non solo quello di riportare quei giocatori sotto le nostre insegne, ma di promuovere la conoscenza del nostro gioco presso i giovani, e in particolare nelle scuole, e anche fra i meno giovani. L’ambizione è quella di creare un movimento dotato di una base ampia, da cui possano emergere in futuro nuove individualità in grado di competere anche a livelli maggiori, nei tornei nazionali e internazionali come è già avvenuto  in passato.
Già nei primi due anni di attività abbiamo non solo ritrovato qualche vecchia conoscenza, ma creato anche una piccola pattuglia di validissimi giocatori che già stanno facendosi valere nei tornei a cui partecipano.
La nostra associazione è aperta alla collaborazione con tutti quanti, istituzioni pubbliche e private, associazioni culturali, scuole di ogni livello, e ovviamente singoli appassionati, siano interessati a contribuire a far crescere il movimento scacchistico nella nostra città.
La A.S.D. Scacchistica Parmense si è costituita legalmente, è affiliata alla Federazione Scacchistica Italiana ed iscritta al Registro delle Società Sportive del CONI

 

e…….prima di noi…..

Riportiamo qui sotto una breve storia del movimento scacchistico a Parma scritta dal Maestro Antonio Pipitone:

Qualche decennio fa, amici scacchisti mi chiesero a più riprese di scrivere una storia degli scacchi di Parma.
Perchè lo chiedessero proprio a me, non lo so. In proposito è da considerare che:
  • non sono parmigiano doc ma lo sono d’adozione ( e ne vado fiero);
  • non ero a quel tempo un matusa;
  • agli scacchi ero arrivato dopo altri coetanei , ben più qualificati e addentro di me nelle faccende scacchistiche locali, i quali coetanei all’epoca potevano adempiere con più autorevolezza a quanto mi si chiedeva per cui mi parve opportuno lasciar cadere l’invito, convinto di non essere all’altezza del compito.
Sono però trascorsi tanti anni da allora e nessuno, che io sappia, di quanti potevano, ha scritto nulla in proposito.
E poichè il tempo che mi resta è verosimilmente (che becco di ferro che sono !) meno di quello già trascorso, provo ora a dare una risposta che considero quasi doverosa nei confronti di gente che non è più tra noi e il cui ricordo mi è caro.
Lo faccio anche a futura memoria di quanti hanno a cuore lo scacchismo parmense; così, alla buona, riassumendo reminiscenze , fatti narrati da coloro che erano anziani alla mia età più bella ; aneddoti e quant’altro mi sovviene.
Non prendete per oro colato quanto sto per riferirvi: potrei aver travisato qualche fatto o inteso male qualche racconto . Però almeno a un tanto al chilo, potete prendere per buono ciò che qui scrivo.
Detto questo, passo al dunque:
Secondo gli scacchisti dei tempi antidiluviani, il gioco a Parma ebbe una qualche consistenza con l’arrivo di un austriaco che si trasferì per lavoro nella nostra città nell’immediato dopo guerra.
Attenti: parlo della prima guerra mondiale, ossia delle Grande Guerra 15′-18′ .
Si giocava allora – mi si disse – al cafè di Pret – che era ubicato dalle parti di via dell’Università a un dipresso là dove costruirono molto più tardi il cinema Orfeo che è stato a sua volta demolito diversi anni fa (tutto cambia al mondo….).
Lì, in quel caffè (la parola bar non usava al tempo) solevano trovarsi alcuni sacerdoti delle vicine parrocchie per giocare tra loro e con qualche laico . Questo mi fu riferito dal sig. Giovannelli, appassionato scacchista del tempo , pensionato, che di professione era stato direttore delle Tramvie Parmensi (in città a quel tempo c’erano i tram su rotaie e inoltre vi erano le tramvie parmensi extraurbane che da Parma raggiungevano Sala Baganza Marzolara, Calestano ed altre località).
Lui, Giovannelli era il Capo di tutto il complesso tramviario che ho descritto . Dunque personaggio importante per allora .
Molto tempo dopo , Dal Cafè di Pret, gli scacchisti si trasferirono al Caffè Cavour che era in via Cavour, là dove attualmente c’è la pizzeria il Corsaro.
Gestore del Caffè Cavour era il sig, Leoni, coadiuvato dalla moglie.
Agli scacchisti erano riservati alcuni tavoli perennemente occupati da sburla legna attorniati da curiosi.
A mio parere, nei nostri confronti il gestore del locale dimostrava una grande pazienza perchè – era un fatto certo – le consumazioni degli scacchisti, per quanto ebbi a constatare, erano assai contenute rispetto al tempo che essi trascorrevano nel locale. Ma evidentemente Leoni considerava gli scacchisti persone di riguardo e dunque di prestigio e di richiamo per altri avventori.
I personaggi scacchisti dell’epoca, di cui ho memoria erano il citato Giovannelli;
– Il Rag, Angelo Torelli autorevole (per quel tempo) giocatore di 1ª nazionale – categoria conseguita in un torneo a Bologna.
(preciso per chi non lo sapesse, che le categorie scacchistiche allora si suddividevano in: 3ª, 2ª e 1ªsociale; seguiva la categoria regionale; e successivamente a questa si diveniva 1ª nazionale. Conseguita tale ultima categoria, si partecipava ai quarti di finale del campionato italiano con possibilità di accedere alle semifinali e acquisire la norma magistrale..
I primi 4 classificati della semifinale accedevano a loro volta alla finale assoluta di Campionato Italiano. Non c’era l’ELO a quel tempo e per essere promossi bisognava conseguire 6 punti su nove in tornei omologabili dalla Federazione.-
Torniamo a Torelli: nella vita era stato un assicuratore . Era appassionato problemista, trascorreva lunghe ore sulla scacchiera nel tentativo di risolvere i problemi che la rivista L’Italia Scacchistica pubblicava (ne aveva sempre una copia in mano).
Torelli era dotato di forte personalità, un fare sbrigativo, un vocione che incuteva rispetto ed appariva molto sicuro di sè.
Ovvio che incuteva una certa soggezione ai giovani del tempo , ma a lui quei giovani scacchisti dovettero molto perchè fu l’unico a tentare di trasmettere loro nozioni teoriche sul gioco e spesso lo faceva chiamandoli tutti a raccolta attorno a una scacchiera, invitandoli quindi, a turno, a indovinare le mosse di partite celebri. e infine assegnando un punteggio a ogni mossa azzeccata per cui vinceva quella specie di gara chi aveva indovinato il maggior numero di mosse.
Per rendere più interessante il gioco Torelli intercalava spiegazioni teoriche sulla sequela di mosse della partita e quindi quale era il fine – secondo lui – che i giocatori contendenti si proponevano.
A quel tempo, giova dirlo, testi scacchistici in italiano ne giravano solo due o tre: Il Salvioli; il Miliani; il Chicco.
Torelli classificava gli scacchisti in : vitelli o manzi (i giovani) zane (i più scarsi) e virgulti (le “promesse”).
Torelli rifiutava però sistematicamente di giocare individualmente contro chicchessia (come a dire: ho tutto da perdere in prestigio se gioco con uno di voi).
Tempo dopo, quando il caffè Cavour chiuse, fu l’artefice del trasferimento del Circolo Scacchistico Parmense al S.C.RAPID in Borgo Giacomo Tommasini. Ma di questo parleremo dopo. –
C’era poi – il “Libro Nero” (Davoli) .
Questo soprannome fu dato a un anziano minatore che aveva lavorato in Belgio e che aveva per abitudine di intercalare spesso, nel discorso scacchistico, quella di dire all’avversario: “io, lei la iscrivo sul mio libro nero” Questo ogni qual volta perdeva una partita.
Partner abituale del Libro nero nella partita a scacchi era Il Barbiere.
Non ho mai saputo il suo vero nome. Tutti lo chiamavano “il barbiere”;
Bersellini era uno scacchista che aveva fatto la prima guerra mondiale. Narrava della guerra e della ritirata di Caporetto e di quanti poveri fanti furono “decimati” per ordine dei loro generali, a causa di quella ritirata e mi colpì in particolare apprendere della fucilazione di un povero idiota, arruolato a forza malgrado la sua malattia mentale.
Il poveretto – mi disse Bersellini – aveva perennemente stampato in viso un sorriso da ebete: E fu considerato reo di aver mantenuto quel sorriso apparentemente ironico durante il discorso del generale che rincuorava i fanti alla riscossa. Quel generale ,osservatolo, lo apostrofò duramente chiedendogli conto del suo atteggiamento ironico . E poichè tale atteggiamento non mutava, diede ordine di fucilarlo seduta stante..
Bersellini era di quei giocatori che per principio non abbandonano mai in partita; nemmeno con il Re nudo. Ed era abilissimo nel tentare lo stallo. Spesso, durante la partita, si lasciava andare a canticchiare così: cieli azzurri e profumati del Giappon , dorondondon !
Gambarelli negli scacchi era l’abituale partner di Bersellini. Era stato ferroviere e quindi, in pensione , godeva di uno speciale permesso che gli consentiva di viaggiare gratis in treno su tutto il territorio nazionale. Era un uomo molto metodico. Quando era in servizio sui treni, ebbe a dirmi che si portava addietro un necessaire che conteneva persino ago, filo e bottoni “”perchè non si sa mai che può succedere”” .
Sempre con la trafila delle Ferrovie ebbe occasione di organizzare un incontro con una squadra scacchistica di Varese su 4 o 6 scacchiere (ora non ricordo bene) . Io feci parte della squadra parmense. Ovviamente il Gambarelli ci procurò anche il viaggio in treno gratis Parma-Varese e ritorno.
Ricordo che mi raccontava di avere un nipotino molto sveglio. e rammento questo episodio, autentico: Poichè a Gambarelli non piaceva sentirsi chiamare nonno, specie in presenza di donne, ebbe a dire al nipote : Non chiamarmi mai nonno ma zio! :
Di rimando quel furbacchione del nipote gli rispose: si, ma tu quanto mi dai?
Mugetti era la classica figura del gentiluomo piemontese.
FiaccadoriDirigeva la libreria Fiaccadori in via al Duomo, meta allora di tutti i bibliofili – o topi di biblioteca, chiamateli come volete – di Parma . Portava sempre il cravattino a farfalla disegnato a pois .
Tra i suoi intercalari , parlando di scacchi, c’erano:ma cosa emporta! (se perdeva un pedone o un pezzo – e la cosa succedeva spesso) oppure : bene! ne parleremo col Sindaco!. Accettava volentieri suggerimenti di mosse dagli astanti , cosa che l’avversario ovviamente non mancava di rimproverargli.
Agli scacchi a seguito del Mugetti, si era accostato il suo giovane di bottega Bruno Missorini , un ragazzo sveglio che poi, col tempo, si mise al lavoro in proprio specializzandosi nella vendita di testi scientifici universitari , attività tuttora esercitata dai suoi figli qui a Parma .
Qualcuno Partner di Mugetti nel gioco era Senetiner , impiegato comunale. Persona di gentilezza estrema, timido e con un sorriso a ben disporre . Sembrava sempre sul punto di chiedere scusa. mi disse – e penso proprio fosse vero – che Senetiner al terzo anno di Medicina aveva interrotto gli studi per divenire semplice impiegato comunale. I motivi di questo suo comportamento non li ho mai conosciuti. Torelli lo chiamava famigliarmente: Isa
Altri due scacchisti che fecero epoca e sollazzavano gli spettatori erano I FINTI (così battezzati dal solito Torelli) , ossia :
il Geometra Alberto Pettenati e Armenio Albrizio, stimato tecnico dipendente del Magistrato del Po il primo, dalmata o istriano -non so -il secondo , capitato a Parma per i fatti della seconda guerra mondiale. Parlava un italiano approssimativo e al suo primo ingresso al circolo scacchistico del Caffè Cavour mi fu riferito che disse: sfido chiunque a giocare contro di me : sono sicuro di vincere.
Raccolse la sfida (si fa per dire ) il Maestro (il MIO Maestro, più tardi) Giulio De Nardo il quale non ebbe nessuna difficoltà a liquidarlo in poche mosse, tanto che l’Albrizio ridimensionò le sue rodomondate e…divenne – più modestamente – il partner fisso di gioco di Pettenati . E mai coppia fu più esilarante e divertente per i curiosi intorno. Torelli li soprannominò I FINTI perchè ambedue, ma di più Pettenati, se facevano una mossa subdola portavano istintivamente la mano a coprire la metà inferiore del viso, dal naso in giù , quasi a mascherarsi
Riporto qui di seguito parte del loro frasario che ricordo:
Il primo saluto di Pettenati era: Sei qui grande ruffiano ! sporco ! l’altro rispondeva e di nuovo Pettenati : puttaniere!vieni vieni che ti do io il cantar di notte sotto le mie finestre ! e cominciavano a giocare e noi tutti attorno a divertirci perchè era un autentico spettacolo per come si comportavano ingiuriandosi – direi – affettuosamente. Capitava sovente che l’Albrizio si accorgeva di aver sbagliato mossa e quindi tentava di ritirarla ma il Pettenati lo fulminava con un: NOO !!! non ti perdono e lo costringeva a completare la mossa sbagliata con un ghigno di trionfo e gran dispetto dell’Albrizio.
In particolare il Pettenati col suo gioco mirava sempre a catturare il pedoncino mentre l’altro, in modo caricaturale, lasciava sdegnosamente sotto presa materiale dandosi arie di grande giocatore combinativo e il risultato di questi pateracchi ve lo lascio immaginare.
Se per caso qualcuno – io stesso talvolta – interveniva a suggerire una mossa ad Albrizio, il Pettenati subito rimbeccava l’intruso con un : pettegolo !
Un giorno il Pettenati mi mostrò quasi di soppiatto, affinchè altri non vedessero, alcuni vecchi ritagli di giornali mantovani: Elogiavano il “giovane” Alberto Pettenati per la vittoria in un torneo sociale credo a S. Benedetto Po . Era quasi un dirmi: vede bene che ero qualcuno in questo gioco ”
Gli feci i complimenti . –
Quando il Pettenati apprese che Albrizio era stato assunto al lavoro all’INPS di Parma (probabilmente, io penso, nella sua condizione di profugo , titolo che gli dava il diritto all’assunzione privilegiata ) ne fu indignato e ne parlò con me chiedendomi come era possibile che un individuo simile (parole sue) potesse aver avuto tanta fortuna.
In effetti il Pettenati dimostrava a ogni occasione di non avere alcuna stima per l’Albrizio-uomo che considerava rozzo e ignorante e nel contempo però palesava una sorta di complicità solidale con l’Albrizio-scacchista (lo so, pare una contraddizione in termini) , complicità col tempo divenuta affettuosa come si usa con la propria vittima preferita. –
Quando ad Albrizio veniva a mancare l’alter ego Pettenati, suppliva contro di lui certo Bocchi che si giocava due caramelle a partita, ogni volta raddoppiando la posta: Siccome era scarso in qualità di gioco, Albrizio spesso prevaleva e una sera, ricordo, Bocchi perse tante di quelle caramelle che il Sig Leoni ne rimase senza !
Mabel BocchiBocchi, col tempo , si trasferì a Milano, divenne gestore di un circolo di bridge, sua figlia Mabel fu giocatrice di talento di pallacanestro e perciò a lungo in “ nazionale” e infine è divenuta commissario tecnico per la pallacanestro femminile italiana.
Per contro, quando Albrizio era assente, il Pettenati si metteva a giocare con un tale che lui chiamava il lungo di Spagna perché lo chiamasse così io non lo so (Certo, era alto di statura e per contro, Pettenati piuttosto bassino) e non ricordo neppure come realmente si chiamasse detto “lungo di Spagna”.
Un altro personaggio più unico che raro era L’ing. Paolo Mucci ,soprannominato da Torelli Il Gran Muftì.
Magro, con il barciolè (copricapo alla francese) estate ed inverno, arrivava tenendo tra le dita un mezzo sigaro toscano e si rivolgeva al geometra Nay. chiamandolo “”sei qui vecchia zana nel melgone?“
Il Nay gli rendeva la pariglia e poiché era parecchio più giovane di Mucci gli dava del lei ma sempre con atteggiamento bellicoso (scacchisticamente parlando, s’intende, ) minacciando sfracelli che poi, regolarmente abortivano perché quanto a valentìa nel gioco, meglio stendere un pietoso velo su ambedue….
Mucci era scapolo; abitava dalle parti di via B. Longhi, possedeva un paio di appartamentini o un intero, vecchio caseggiato (non so bene). Con gli affitti campava spartanamente; non lavorava, e dopo la frugale cena, ogni sera, metodicamente, compiva a piedi due giri dell’isolato e poi risaliva nella sua soffitta ove aveva piazzato un potente telescopio col quale si dilettava di astronomia per lunghe ore della notte . Per leggere non usava occhiali ma una buffa lente .
Aveva una cultura vastissima e non c’era argomento che egli non affrontasse con padronanza e sapienza.
Con lui al Politecnico di Torino aveva studiato ingegneria il Maestro di scacchi Giulio De Nardo che però non finì il corso universitario . (Parliamo dei primi anni ’20.)
Originario di Trieste aveva un talento raro per gli scacchi: Straordinariamente combinativo prediligeva i cavalli e rispondeva ironicamente a chi gli faceva osservare la presunta superiorità degli alfieri.
Di norma concedeva il vantaggio della torre all’avversario, chiunque esso fosse e…vinceva !
Oppure usava mettere in crisi l’avversario, portandolo quasi all’abbandono e poi girava la scacchiera per giocare con l’altro colore, ribaltare la situazione e…vincere!
A Parma capitò nell’immediato dopoguerra (seconda guerra mondiale !) da impiegato dell’allora Banca Commerciale, trasferito al nascente Centro Contabile di Parma della stessa Banca con sede a Villa Ombrosa (Ponte Dattaro) (così si chiamava quella località a quel tempo) ove tuttora agisce per la Banca Intesa.
Ponte Dattaro
Il Maestro De Nardo era molto alla mano e giocava con tutti (e dire che a quel tempo era uno dei pochissimi giocatori italiani di categoria magistrale)
Era anche grande amico di Enrico Paoli (le due famiglie si frequentavano fra Parma e Reggio E.) col quale giocò memorabili partite.
Nel Marzo del 1928 partecipò al torneo preolimpico vinto dal marchese Rosselli Del Turco. Secondo si piazzò il famoso Monticelli (aveva all’epoca battuto Bogoliubov – n° 2 al mondo dietro ad Alekine – in una stupenda partita); terzo fu Sacconi , 4 De Nardo e di conseguenza quest’ultimo fece parte di diritto della squadra italiana alle Olimpiadi dell’Aja del 1928 giocando in 4^ scacchiera e realizzando 5 punti e mezzo su 12.
Proseguendo la galleria degli scacchisti parmensi di quel tempo, cito due maggiori dell’Esercito che furono più tardi promossi colonnelli quando si succedettero al Comando del Distretto militare di Parma (A quel tempo nella nostra città c’era il distretto, più tardi unificato a quello di Piacenza).
Il primo dei colonnelli – un piacentino – si chiamava Bassanini ( se la memoria non mi falla) ; l’altro Dell’Aquila.
Riservati, come imponeva del resto il loro blasone militare, giocavano prevalentemente tra loro o in alternativa conl’avv. Vigevani. (stimato avvocato dell’epoca, avviò alla professione forense l’avvocato Soresi-Bordinifacendogli fare praticantato nel suo studio )
A me i due colonnelli davano netta impressione di non capire niente di scacchi e – malignando – direi che intendessero scimmiottare Napoleone il quale – è noto – era un grande stratega e amava giocare a scacchi.
Narro qui un curioso episodio che però non ha a che vedere con gli scacchi (non mi ci ero ancora accostato in maniera assidua). Nel 1945 – a qualche mese dalla fine della guerra, fui chiamato di leva e mi presentai in Distretto. L’allora Cav Paselli (papà del futuro dott. Paselli ) impiegato civile del Ministero della Difesa – Esercito e capo-ufficio factotum (sapeva tutto a memoria: circolari, leggi, ecc.) quando seppe che ero diplomato dattilografo mi trattenne a Parma anziché inviarmi a un CAR (acronimo di Centro Addestramento Reclute) e mi fece lavorare sodo per circa due mesi. Bene: nei primi giorni – praticamente da militare – conobbi il maggiore dell’Aquila in Distretto e mentre Paselli riferiva al maggiore chi fossi e perché ero lì io mi alzai dal tavolo di dattilografia e…allungai la mano dicendo: piacere ! Vidi disegnarsi sul suo viso un sorriso ironico e senza una parola il maggiore si allontanò.
Chiaro che avevo fatto una gaffe enorme: Ero una semplice recluta e al cospetto di un superiore avrei dovuto scattare sull’attenti e battere i tacchi e salutare militarmente, altro che allungare la mano per stringere la sua !
In seguito, il Cav Paselli che mi aveva preso a benvolere si accorse dalle carte che mi riguardavano che ero un profugo di guerra e, pur non avendo io fatto domanda di esonero nei termini per tale stato, mi concesse ugualmente il congedo. Per riconoscenza anche dopo continuai per un certo tempo ad andare in Distretto a dargli una mano battendogli a macchina la corrispondenza.
Chiudo qui la parentesi extra-scacchistica . –
Ora devo parlare di una figura mitica, indimenticabile: mi riferisco a Tullio SPAGGIARI, ossia il BARBA, così chiamato da tutti per via della sua fluentissima barba nera (poi divenuta grigia….ah il tempo !). Nella vita fu commesso-usciere del Provveditorato agli Studi . In divisa e con la sua solenne barba intimidiva le maestrine al loro primo incarico di supplenza che accedevano al Provveditorato per avere lumi . Ma lui con grande cortesia le metteva ben presto a loro agio , prodigo di spiegazioni e consigli .
Della scuola sapeva tutto e citava con disinvoltura circolari, leggi, disposizioni sicchè gli insegnanti in generale trovavano del tutto normale e più affidabile recarsi dal Barba per le loro necessità professionali in vista del nuovo anno scolastico, anziché dagli impiegati adddetti.
E coerentemente, anche negli scacchi, su incarico-istigazione di Torelli , il Barba si prendeva cura dei virgulti o vitelliche si accostavano al gioco. Li legnava a dovere finchè loro non prevalevano nei suoi confronti e lo legnavano a loro volta. A quel punto il Barba “passava la mano”” come suol dirsi, ad altre vecchie lenze (si era istituita una specie di gerarchia, insomma, di vecchi marpioni, preordinata da Torelli) affinchè il vitello divenisse manzo, se ci riusciva. Il Barba – che perdesse o vincesse – era sempre ilare. Non defletteva mai dalla sua linea di gioco: immancabilmente installava due fianchetti, la sua giocata era rapida, la zanata immancabile. Bastava aspettare.
Ma pochi sapevano che quell’uomo fu volontario nella guerra d’Abissinia (1935) ; volontario in Spagna (1937) , combattente in Africa Settentrionale nella seconda guerra mondiale. Fatto prigioniero dagli americani, fu inviato in campo di prigionia negli Stati Uniti e fu buon per lui perchè fu trattato umanamente e -more solito – essendo persona eclettica, tuttofare, godeva ampia libertà ed era perennemente a servizio dei comandanti del campo di prigionìa, nelle loro case, per curare il verde delle loro villette, o per qualsiasi riparazione necessitasse (elettrodomestici del tempo, infissi ecc.) .
Finita la guerra gli americani lo invitarono a rimanere in America e gli proposero la …….cittadinanza statunitense che lui – a malincuore – rifiutò perchè aveva moglie e figli a Parma e così fu rimpatriato .
Morì a 101 anni di età e io lo rimpiansi per i tempi andati che così bene egli aveva interpretato.
In tema di avvocati-scacchisti, torno all’avv Soresi-Bordini: lo conobbi universitario e capii subito che in lui c’era autentica stoffa per il gioco degli scacchi. Era ben presto assurto alla categoria dei 1ª nazionale e poteva senz’altro riuscire ad accedere alla categoria magistrale solo che avesse dedicato maggior tempo al gioco ma lui – saggiamente a mio parere – non volle perdere tempo e si dedicò interamente agli studi per la professione cui anelava:
Gli scacchi erano e dovevano rimanere un hobby per cui Soresi si limitava a qualche partita da caffè. Di partecipare a tornei fuori Parma, neanche l’ombra. Col nero, in partita di re, giocava la francese, variante Vaganjan.
Di pari forza scacchistica a Soresi era Mario Del Bono, operaio, persona di carattere e intelligenza. Avrebbe meritato un migliore successo nella vita:
I numeri li aveva. Fu anche uno dei pionieri del bridge a Parma. Bene accolto al Circolo Ufficiali di Parma (ambiente quanto mai riservato ) era ambito quale partner nel bridge e – mi si disse – da taluni anche remunerato.
Col tempo, si dedicò maggiormente al bridge che agli scacchi e in seguito ebbe occasione di rilevare un negozio di stoffe e vestiario a Casalmaggiore acquisendo finalmente un po’ di meritata agiatezza. –
Procedendo per affinità….professionali citerò l’avv. Giovanni Raboni : coetaneo di Soresi, biondo e di notevole stazza corporea giocava in maniera fantasiosa e disordinata. Dotato di un vocione baritonale, ambiva giocare col Pettenati ma di rado ci riusciva e allora….sotto chiunque altro accolto con un “”vieni, vieni o mio Gargiulo che presto lo avrai nel ……””. Ma se perdeva, apriti o cielo ! Anche per questo pochi gradivano giocare con lui.
L’ avv. Andreoli , a quel tempo laureando, completava il gruppo dei legulei .
Sempre per categorie direi che meritano ora particolare cenno i medici scacchisti:
Inizierò dal dott. Carlo Cuscianna che frequentava molto di rado il Circolo ma a me fu persona cara intanto perché dirigente medico dell’INAIL dove io lavoravo e poi perché era un vero signore. (In seguito divenne dirigente nazionale e fu trasferito a Roma) Quando mi accostai con assiduità agli scacchi, mi regalò il Miliani, una antidiluviana edizione che tuttora conservo e sul Miliani studiai le prime mie aperture, recandomi di sera, dopo cena, al caffè Cavour.
Fin qui ho dimenticato di dire che il circolo era frequentato al pomeriggio e fino all’ora di cena. Dopo, era raro vedere qualche scacchista sicchè in solitudine, dopo cena, (per quanto concerne gli scacchi, ovviamente, perché altri avventori non mancavano certo al Caffè Cavour) cercavo di addentrarmi “nelle segrete cose” scacchistiche grazie al Miliani.
Il Dott. Gaio Barilli era un giocatore di forte personalità. Fanatico del Gambetto Evans lo giocava ogni qualvolta ne aveva occasione. Amava fare sacrifici, corretti o non. Era anch’egli un prima nazionale, ambiva partecipare ai quarti di finale ma la sua professione impegnativa di medico condotto a S. Secondo P.se non glielo permetteva.
Quando decisi di partecipare ai mie primi quarti di finale a S. Benedetto del Tronto mi promise che avrebbe partecipato anche lui e assieme progettammo il viaggio.
Purtroppo a pochi giorni dalla partenza, mi raggiunse con una telefonata per avvisarmi che si era ammalato e doveva essere ricoverato e probabilmente operato.
Di ritorno da S. Benedetto mi fermai a Reggio Emilia ove Barilli era stato ricoverato per l’ intervento e lo relazionai sul torneo. Gradì la visita che poi replicai quando tornò a Parma. Ma capii che la cosa era seria. E difatti Barilli non tardò molto a lasciarci.
Al funerale, fatto con quei carri da morto di un tempo, tutto catafalco, piume e addobbi neri, la vedova mi chiese di essere tra le 4 persone che affiancavano il carro tenendo il bordone funerario. Pur imbarazzato da tanta considerazione, obbedii.
E’ da rimarcare a questo proposito che il dott. Gaio Barilli apparteneva a quella famiglia di pittori e artisti noti in Italia e all’estero e perciò lascio immaginare quante persone importanti e di riguardo partecipavano alla mesta cerimonia . Se n’era andato un uomo indimenticabile per intelligenza, arguzia e fantasia. –
Il Dott. Giovanni Bandini , medico condotto a Viarolo era di estrazione diversa . Nato in Oltretorrente da famiglia operaia (io presumo) aveva intrapreso studi in Medicina con merito e coraggio e questo in tempi in cui era ben difficile emergere e uscire dal proprio ceto. Carattere ilare, alla mano, era tra i fans di Pettenati e tra quelli che più si divertivano da spettatore.
Ricordo che un sabato mia moglie patì un tremendo mal di denti. Studi dentistici chiusi. Io telefonai al dott. Bandini per chiedere consiglio su cosa fare. Venne subito a casa mia munito dell’occorrente e …cavò il dente a mia moglie con tanta maestrìa e…..senza anestesia. Gratis.
Cose di quel tempo !
Bandini più tardi vinse la condotta medica in una località importante del Garda e vi si trasferì, ma a malincuore perché era un autentico parmigiano del sasso. Quando poteva , tornava a Parma e dopo la pensione, gli ultimi anni della sua vita li ha trascorsi a Parma. Le ultime sue apparizioni scacchistiche le ha fatte alla famiglia Pramzana.-
Passo ora ad illustrare la categoria degli insegnanti che amavano gli scacchi e magari saltuariamente frequentavano l’ambiente scacchistico:
Ricordo il Prof. Manlio Turilazzi, insegnante di matematica ( e che insegnante !) alle Scuole professionali , già avanti negli anni quando io lo conobbi. Al solito, era un amatore del gioco e quindi un orecchiante, se mi passate il termine. Ma io rimango dell’opinione che l’intelligenza si esprime e manifesta a prescindere da una cultura scacchistica . E Turilazzi in questo senso si esprimeva e come si esprimeva !
E il Prof. Gerosa (insegnava al liceo) non gli era certo da meno. Un po’ più aulico se mi passate il termine e quindi più uomo di scienza che insegnante, anch’egli – guarda caso – di matematica-
I due erano amici oltre che colleghi insigni.
E veniamo a un terzo insegnante passato alla storia cittadina con pieno merito: il Prof. Giuseppe Righi. Non ricordo quale materia insegnasse ma ricordo perfettamente che era di origini proletarie (il papà falegname)- socialista militante e dirigente ascoltato nel PSI, divenne dapprima consigliere provinciale e poi Presidente della Provincia di Parma.
A seguire fu eletto consigliere regionale rappresentante del PSI e di lui si dava per certo e prossima la elezione a sindaco della nostra città (questo, prima del Sindaco Grossi ).
Giocava di rado a scacchi ma frequentava spesso il circolo, rispettato e amato da tutti noi.
Per la storia, dirò che da Presidente della Provincia tra le innumerevoli cose fatte a pro della cittadinanza, volle a dirigere il manicomio di Colorno il Prof Basaglia ossia lo scienziato più famoso nel campo della psichiatria e che più si è battuto in Italia per chiudere i manicomi, autentici lager del tempo. ( Basaglia promosse la legge che tuttora porta il suo nome , fu sodale di Mario Tommasini e chi è addentro al mondo della psichiatria sa bene di che parlo.).
Righi – purtroppo – morì ancor giovane in un tragico incidente sull’autostrada, mentre da Bologna ritornava a Parma a bordo della sua auto dopo una seduta del Consiglio Regionale Per noi scacchisti fu un tremendo colpo.
Si perchè nel frattempo era diventato lui il presidente del Circolo Scacchistico ma questo era il meno: tutti lo stimavamo per le sue straordinarie doti umane, affabilità, cultura, intelligenza. Solevo dirgli per scherzo che il suo partito il PSI era in procinto di fare…il salto della quaglia alludendo all’alleanza con la DC. Sorrideva e non se la prendeva di certo.
Al suo funerale partecipò mezza città e ricordo ancora piazzale della Pace gremita di gente che ascoltava l’orazione funebre. –
Merita un caro e particolare ricordo anche il dott. Giancarlo Braga, Notaio in Bardi che ci ha lasciati di recente, a tarda età.
Dico notaio in Bardi non perchè lui fosse originario o abitasse a Bardi : ma perchè i posti da notaio in Italia sono a numero chiuso e lui aveva vinto il concorso per esercitare in quel di Bardi.
Che poi lui, come tutti gli altri del circondario esercitasse prevalentemente a Parma, è un’altra faccenda. E’ la prassi invalsa. Però adempieva scrupolosamente al suo obbligo ogni lunedì a Bardi per le esigenze notarili di quella popolazione ed era di una correttezza e signorilità esemplare. E del resto la sua Famiglia, tra le più prestigiose e note a Parma (ebbe un famoso antesignano nel nonno, Prof. Braga, luminare medico del primo Novecento che ha esercitato all’Ospedale Maggiore di Parma e che gli intestò un padiglione di medicina alla sua scomparsa, a imperituro ricordo.
Giocava bene a scacchi il notaio Gian Carlo Braga, con intuizioni geniali e sorprendenti:
Ma per lui il gioco era solo un divertimento da caffè e all’occorrenza dimostrava il massimo rispetto per l’avversario, mai dileggiandolo e anzi elogiandolo se prevaleva. Un vero signore d’altri tempi . –
Vi chiederete a questo punto chi mai fossero a quell’epoca i reggitori del Circolo Scacchistico Parmense:
Fin che vi fu il Caffè Cavour , erano rispettivamente il colonnello Bassanini, Presidente e il sig. Guglielmo CANI segretario factotum. persona della quale devo parlare diffusamente perché mi fu:
– capo ufficio nel lavoro (e mi insegnò veramente tanto perché tantissimo sapeva del suo e mio lavoro);
– prodigo di consigli per la vita ;
e mi accostò agli scacchi quando i nostri uffici, in tempo di guerra, sfollarono a Langhirano per evitare i bombardamenti (si soggiornava tutti colà all’albergo Aquila Nera noi impiegati e quindi terminata la giornata lavorativa potevamo dedicarci ai nostri hobby. )
Cani era originario di Guastalla: la sua famiglia aveva pretese aristocratiche (stemma, blasone e tomba di famiglia).
Ebbe vita avventurosa perché poco o tanto aveva soggiornato in quasi tutte le città dell’Emilia-Romagna , soprattutto a Bologna e aveva intrapreso vari mestieri, ivi compreso il meccanico motorista lavorando con un fratello a Ravenna . (Vi rendete conto cosa fosse quel mestiere tra gli anni ’10 e ’20 del secolo scorso ? – Mitico, perchè permetteva di parlare e metter mano su gioielli motoristici come Bugatti, Maserati ecc. ).Cani in quella veste conobbe e praticò l’ing Enzo Ferrari…
Mi raccontava anche di avere visto sorgere il fascismo in Romagna (mi disse di Ettore Muti che con la sua mira infallibile a notevole distanza aveva fulminato con la sua rivoltella un sovversivo che attentava alla vita di un comiziante fascista.)
Le sue notevoli capacità professionali gli valsero dalla C.M.E.I.A. (acronimo di Cassa Mutua emiliana infortuni agricoli) l’affido di tutto il contenzioso regionale che riguardava l’Ente stesso per cui era uno dei pochi ben addentro ai concetti che reggevano l’infortunistica sul lavoro in agricoltura ai fini dell’indennizzabilità dei casi più controversi. Aveva una vastissima raccolta di sentenze importanti di interesse professionale, ben catalogata per argomenti e spesso mi coinvolgeva per copiargli a macchina nuove sentenze.
Quando mi misero alle sue dipendenze, le prime parole che mi disse furono: …”e si ricordi che su dieci dipendenti dell’Ente che vanno in pensione, otto non avranno capito niente del lavoro svolto”
Il che se non mi fu di conforto, quanto meno mi mise all’erta per cercare di capire l’essenza del nostro lavoro e essere tra…. i due in eccezione. Che poi ci sia riuscito o meno non sta a me dirlo e non sarebbe neppure di buon gusto affermarlo.
Ma torniamo a Cani e agli scacchi.
Come scacchista era mediocre. Come factotum, ossia segretario e organizzatore, eccellente. Ma era anche uno dei pochissimi arbitri internazionali di scacchi in Italia (a quell’epoca ne conoscevo soltanto tre: Cani; Enrico Paoli e Piccinin) .
Le primissime edizioni del torneo di Capodanno di Reggio Emilia le ha arbitrate lui perché Paoli le giocava.
A quel tempo l’arbitro era veramente importante perché oltre che giudicare in eventuali dispute, doveva saper fare gli abbinamenti nei turni e assegnare i colori e non era affatto facile agire “a mano” specie se il torneo era affollato. Altro che abbinamenti col computer !
Cani – trasferito per lavoro da Bologna a Parma durante la guerra, direi nella primavera del 1943 – aveva precedentemente retto come segretario il Circolo scacchistico bolognese per lunghi anni.
Logico che qui a Parma gli fosse richiesto dagli scacchisti analogo impegno che egli assolse al meglio, considerati i tempi.
Per una breve parentesi fu successivamente trasferito a Milano per lavoro (avviò un difficile e complesso ufficio di pagamento rendite a infortunati del lavoro su espressa richiesta del vice direttore generale del’INAIL, suo estimatore) e in quegli anni, manco a dirlo, resse come segretario LA “”Scacchistica Milanese “” ai tempi mitici di Ferrantes direttore della Rivista L”Italia scacchistica””,e di Monticelli, divenuto redattore al Corriere della Sera, Bonfioli, Guido Capello, Contedini e del giovanissimo (allora !) Capece, più tardi lui direttore della rivista l’Italia Scacchistica.
Cani aveva un carattere forte e insofferente. Sarcastico quanto bastava, ciò che andava detto non lo mandava a dire di certo:
Si comprenderà quindi come fosse logico e conseguenziale, quando a fine carriera di lavoro tornò a Parma e a reggere il nostro Circolo che si creasse, alcune volte, un punto di attrito con l’altra personalità del circolo: Torelli.
Ma scontri veri e propri non ve ne furono in quanto ambedue operavano nell’interesse dello scacchismo cittadino. La rottura tra i due ci fu quando il gestore del caffè Cavour ci annunciò la chiusura dell’esercizio:
Dovevamo trovarci un’altra sede di gioco e vi furono pareri diversi e proposte formulate da più persone.
Ma prima di proseguire su questo argomento credo sia tempo di accennare ai giovani frequentanti il Caffè Cavour: lavoratori, universitari o liceali che fossero; quelli per intenderci che Torelli catalogava come vitelli o manzi o virgulti:
Uno, indimenticabile, fu Luca Mozzani, grande amico di Andreoli ( futuro avvocato, come ho detto precedentemente). Un carattere solare , si faceva voler bene da tutti. Aveva uno stile di gioco pulito, semplice ma geniale. Gli mancava la grinta , necessaria nel nostro gioco. Finì il corso di studi e divenne ingegnere dopo inauditi sacrifici della sua famiglia e, pur di guadagnare subito qualcosa accettò di divenire…..bancario a …….Milano e in quella città lo incontrai casualmente un giorno- Mi parve sofferente e purtroppo –seppi dopo – lo era veramente di un male incurabile. Se ne andò giovanissimo rincuorando lui i famigliari affranti. Persone così sono veramente rare e indimenticabili e quando vedo l’avv. Andreoli non manchiamo mai di parlarne e di ricordarlo.-
VycpalekLuciano Bolzoni – attualmente residente ad Arezzo studiava medicina e giocava al calcio nel Parma ai tempi di Korostolev e Vikpaleck, nazionali cekoslovacchi, quest’ultimo era zio dell’allenatore Zeman.
Ala velocissima, Bolzoni fu ben presto titolare nel Parma F.C. di allora ed era già nel mirino dell’Inter e della Juve per un più che probabile acquisto ma purtroppo si ammalò di polmoni a seguito di un colpo di freddo preso dopo un allenamento –o partita- I medici che lo curarono, quando guarì, sconsigliarono la ripresa agonistica nel calcio e così si bruciò una autentica promessa del calcio italiano.
Sua mamma fu trasferita alle Poste di Firenze, lui ovviamente la seguì lasciando Parma e….gli studi universitari , anche lui al terzo anno di medicina ! Divenne rappresentante viaggiatore per conto di aziende produttrici (spaziò dalla meccanica all’abbigliamento, alle pellicce e per qualche anno fece ritorno a Parma da sposato con tre figli. Ma poi la moglie, toscana, volle tornare nei suoi luoghi ) –
E’ rimasto sempre affezionato al gioco degli scacchi: e lo sento per telefono una-due volte all’anno. Nel tempo abbiamo anche giocato due partite per corrispondenza. Ha 4 anni meno di me.
Ai tempi del caffè Cavour era uno dei partner da me preferiti assieme a Luca Mozzani perché giocava bene , almeno per quel tempo. –
Mario Mezzi , altro giovane di allora, si dimostrava una di quelle persone sagge, maturate in fretta ad onta della giovane età (a quei tempi la vita ti prendeva per il bavero molto presto e ti metteva di fronte a crude realtà) e il suo stile di gioco denotava questo suo carattere: ordinato, graduale, concreto, senza voli pindarici . In una parola: un saggio.
Lavorava in bottega col suo papà vendendo e riparando strumenti di misura (bilance, basculle, ecc.)
Poi gli riuscì di farsi assumere alla Cassa di Risparmio di Parma e le sue qualità che ho dianzi elencate furono apprezzate e considerate nel suo nuovo ambiente di lavoro.
Mezzi lo riprenderemo più avanti nel racconto quando parleremo del RAPID.
Mondini era universitario e aveva il pallino, finiti gli studi, di emigrare in Giappone a insegnare italiano in una di quelle scuole. L’ho perso definitivamente di vista presto e non so se è riuscito a coronare il suo sogno.
Ci fu anche un Ferraguti tra i giovani scacchisti del tempo.
Dubito sia – o sia stato – il papà del Ferraguti direttore e commentatore della locale TV alternativa a TV Parma.
E veniamo a Franco Cottarelli : Al tempo del Caffè Cavour era il maggior conoscitore, a Parma, di teoria degli scacchi e primeggiava . Un breve cenno alle sue origini: è nato a Milano da famiglia di estrazione cremonese. Lì ha frequentato le elementari fino a che, per la guerra dovette trasferirsi a Basilicagoiano ove una sua nonna – o bisnonna – era padrona di poderi . Ciò fa intendere che a Cottarelli – beato lui – i prodotti della terra non erano certo mancati sulla tavola, ad onta della guerra, del razionamento e delle tessere annonarie imposte ai comuni mortali, cioè a noi .
Suo padre era un valente cronista sportivo della Gazzetta dello Sport, tra i più quotati, amico di Bruno Roghi . Spirito democratico, insofferente della dittatura fascista, Cottarelli senior subì le discriminazioni che il fascismo praticava nei confronti di chi non era iscritto al partito fascista e perse il posto di lavoro alla Rosea (così veniva appellata a quel tempo la Gazzetta dello Sport). Ma la sua valentìa professionale continuò ad essere apprezzata in Francia e quindi continuò a scrivere articoli sportivi per quotidiani francesi. Purtroppo si ammalò e morì giovane, forse anche a seguito delle angherie subìte e dianzi citate.
La mamma di Cottarelli era insegnante elementare. Ebbi l’onore di conoscerla. Di carattere dolce e di notevole cultura viveva per questo figlio unico.
Ma torniamo al Cottarelli scacchista.
Ho detto che era il maggiore teorico del nostro gioco grazie al fatto che egli, non avendo problemi di natura economica ed avendo una forma mentis spiccatamente portata alla matematica e fisica (discipline nelle quali si è laureato brillantemente) e con l’aggiunta di una buona conoscenza della lingua tedesca, si era procacciato una vasta biblioteca scacchistica, soprattutto di aperture, in lingua tedesca e aveva studiata sistematicamente tutte le fasi teoriche.
Questo logicamente lo avvantaggiava su tutti in partita perchè usciva – e ancora adesso esce – ottimamente dalle aperture , ma poi, in centro partita, sovente si notava e si nota tuttora una involuzione nel suo gioco , cioè un ritrarsi da posizioni promettenti per chiudersi a riccio e cedere spazio, e questo è dovuto – io credo – a sua pigrizia mentale perché , se punto sul vivo o ha voglia di impegnarsi, allora per l’avversario possono essere dolori di pancia notevoli.
Terminati gli studi universitari, ha rifiutato la carriera universitaria propostagli dai suoi insegnanti di Facoltà ed è divenuto uno dei maggiori esperti di informatica in Italia quando i computer erano autentici armadi che occupavano vasti locali. Banche, aziende importanti, uffici pubblici ecc. chiedevano di installare l’informatica alle multinazionali del settore e Cottarelli lavorava per tali multinazionali che se lo disputavano a colpi di aumento di stipendio.
Poi – more solito – si stufò di scorrere l’Italia (e anche all’estero, se capitava ) . Si stabilì a Bergamo e divenne insegnante di matematica a Lovere, nelle scuole pubbliche. Si sposò, ebbe due figli. Francesco e Sergio
Anni dopo, ha fatto ritorno a Parma, in tempo per vedere gli scacchisti traslocati al Rapid che prese a frequentare.
Con Cottarelli credo di aver esaurito la galleria dei manzi e vitelli di torelliana memoria. Resto io che scrivo queste righe e che della schiera bovina, feci parte sia pure tra gli ultimi arrivati .
Ricordo che l’approccio vero e proprio agli scacchi lo ebbi negli anni ’52 o ’53 quando cioè Mario Del Bono , nella sua Parma Vecchia organizzò una simultanea presso il Caffè Hausbrandt di via Nino Bixio giocata dal Maestro De Nardo su 8 o 10 scacchiere (non ricordo bene) . Ero tra gli spettatori, e mi colpì quel disinvolto passare del Maestro da una scacchiera all’altra muovendo con rapidità.
Parma 7
Col senno di poi possiamo convenire che giocava contro emerite schiappe ma l’intento propagandistico della manifestazione era stato indubbiamente raggiunto.
Fui incuriosito e quando appresi che la sede del circolo scacchistico era al caffè Cavour, decisi di recarmici e da allora…..divenni assiduo spettatore scacchista e poi, timidamente, intrapresi la trafila della gerarchia bovina cui ho accennato più volte con la differenza che ad un certo punto fui invitato a giocare nientemeno che dal Maestro De Nardo che mi diede, nel tempo e a lungo, centinaia di botte scacchistiche fino a quando…fino a quando cominciai a reggere l’urto e …sporadicamente a vincere ! con maligna soddisfazione dell’ing. Mucci – alias Gran Muftì – che in grande confidenza con De Nardo ad ogni mia vittoria lo apostrofava : hai trovato il tuo castigamatti eh vecchia rozza! –
Purtroppo il Maestro De Nardo morì prematuramente mentre si trovava in vacanza , credo in Cadore.
Lasciava moglie e figlia che poco dopo mi chiamarono a casa loro e mi invitarono a scegliere uno o più trattati di scacchi perché – mi dissero –era una delle volontà espresse dal loro congiunto. Scelsi lo Cheron, in tedesco, perché lui apprezzava molto quell’opera. –
Si, è vero, ho detto nel corso di questa narrazione che avevo avuto precedenti approcci con gli scacchi, ad esempio con Cani quando eravamo sfollati con l’ufficio, ma non c’era poi stato seguito. Quindi il vero approccio è stato quello che mi ha portato a frequentare il Circolo in Via Cavour. –
Chiudo la galleria dei personaggi scacchistici accennando a tre scacchisti studenti non residenti a Parma ma che, per ragioni di studi universitari o per ragioni famigliari frequentavano la nostra città. In ordine di tempo, furono :
Grassi di Genova che prima di me subì le batoste di De Nardo. Gli giovarono, eccome, perché ben presto a casa sua, cioè a Genova, divenne maestro tra i più quotati in Italia e nel 1968 fu V. campione d’Italia piazzandosi ex aequo con l’allora Maestro Internazionale Enrico Paoli che a parità di punteggio, prevalse per spareggio tecnico, confermandosi per la quinta volta campione italiano assoluto. Si giocò, a quel tempo (1968), al Castello Sforzesco di Milano e io ero in semifinale e mi qualificai per la successiva finale . Grassi ebbe occasione di dirmi che come allievi di De Nardo (ne aveva enorme stima) avevamo l’obbligo di ben figurare . In quell’occasione ci riuscimmo, credo.
Grassi è deceduto di recente, a tarda età.
Gli altri due foresti frequentanti il Circolo furono
Antonio Rosino, veneziano. Laureato in matematica, insegnante, in possesso dii grande cultura scacchistica, è stato campione italiano dei giovani e ha scritto “”la storia degli scacchi in Italia”, un ponderoso volume che è poi una summa di tutti gli avvenimenti passati, dei personaggi, situazioni, statistiche, aneddoti., Maestro Fidee è’ stato componente del direttivo della F.S.I. , Direttore- capitano, componente egli stesso della squadra Nazionale Seniores assieme aMariotti G.M., Tatai M.I., Micheli già campione italiano, Valenti maestro FIDE che da diversi anni a questa parte partecipa con successo al Campionato europeo a squadre.
Tullio Trincardi , residente a Reggio Emilia ma di origini istriane.
TrincardiLaureato, insegnante, dotato di un gioco solido di scuola tipicamente reggiana , allievo prediletto del Grande Maestro Enrico Paoli era un mastino e con lui era difficile prevalere. Ebbe momenti di celebrità scaccchistica e, ricordo, in una edizione dei campionati italiani a squadre, giocando per Reggio, diede il meglio di sé in prima scacchiera e la squadra vinse il titolo assoluto laureandosi campione d’Italia in barba ai pronostici.
Ciò che più colpiva era la sua volontà feroce di distruggere, disintegrare l’avversario e …ci riusciva! –
Chiusa la galleria dei personaggi (si fa per dire) Adesso è tempo di riallacciare il discorso storico delle sedi scacchistiche successive a quella del Caffè Cavour:
Dicevo a questo proposito che il sig. Leoni ci annunciò la chiusura del suo caffè e bisognava perciò trovare un’altra sede. Di qui sorsero opinioni e proposte diverse: Cani propendeva per un altro Caffè perché – sosteneva – bisognava essere in un luogo aperto al pubblico cioè accessibile a tutti e in tal modo altre persone – secondo lui – si potevano liberamente accostare al nostro gioco .
Torelli – e con lui Mezzi – propendevano per aderire a una associazione sportiva che offrisse ospitalità e luogo accogliente per il nostro gioco. A tal proposito avevano contattato lo S.C. RAPID con sede in Borgo G: Tommasini che si era detto disponibile ad accoglierci.
Si costituirono così due gruppi di parere opposto e la conseguenza fu la scissione: da una parte la migrazione verso il RAPID e dall’altra il trasloco al Caffè S. Pietro dapprima, in Piazza Garibaldi (ma durò poco) e poi al Caffè Ambrosiano di via Garibaldi.
Parma 4
Io sulle prime seguii Cani non tanto per convinzione, ma perché dovevo molto a lui per gli insegnamenti di lavoro e di vita che ne avevo ricavato. Del gruppo-caffè fecero parte, tra gli altri, Pettenati, Albrizio, il lungo di Spagna e io per solidarietà a Cani; ma ben presto mi accorsi che gli auspici di quest’ultimo non portavano nessun nuovo arrivo e capii il perché : Il mondo cambiava: i caffè tradizionali lasciavano lo spazio ai bar, cioè luoghi dove di solito si consuma al banco , si paga e via. La gente andava e va di fretta. I bei tempi ottocenteschi di frequenza dei caffè quali luoghi di conversazione o cultura o pseudo tali, declinavano e scomparivano. Le stesse società sportive, nate in genere nei caffè, trasmigravano in proprie sedi e dunque l’avvenire era lì per gli scacchisti, presso una di esse e il RAPID aveva tutti i requisiti-
Feci a quel tempo un’altra considerazione: l’avvenire scacchistico non poteva non essere dei giovani e si sapeva – e si sa – che ai ragazzi ballano pochi quattrini in saccoccia per cui frequentare i caffè o bar per loro era un grosso ostacolo a cagione della consumazione presso che obbligatoria…..Lo dissi a Cani ma lui rimase fermo nella sua convinzione (Cani era del 1895….) e sordo ai tempi che cambiavano. Avrebbe dovuto ammettere che Torelli aveva ragione….questo era impensabile !
Mi disse solo: da lei, non me l’aspettavo!. Mi sentii un disertore. Ma l’evidenza non mi dava torto e il tempo dimostrò che non sbagliavo.
Presi così a frequentare il Rapid che era formato da sezioni di discipline sportive e di svago diverse:
anzitutto calcio, poi pesca sportiva, tombola, e si aggiunse la sezione scacchi.
Al solito, il Rapid di Parma era stato concepito negli anni ‘30 da un gruppo di giovanissimi senza un centesimo in saccoccia che in una estate, in gita fuori porta, all’ombra di una pianta ebbero l’idea di costituire una società sportiva. Con molta buona volontà e dandosi da fare erano riusciti nel loro intento e prosperavano tanto da avere una prestigiosa sede, come ho già detto, in Borgo G. Tommasini, ossia in centro città, cosa molto apprezzabile a quei tempi.
Perché scelsero il nome Rapid mi fu spiegato da uno dei fondatori: A quel tempo era in auge in Europa la famosa scuola di calcio danubiana e l’esponente per eccellenza di tale gioco in Europa era il RAPID DI VIENNA a quel tempo formidabile squadrone.
Mi fu anche detto che in origine una delegazione parmigiana si era recata a Vienna per omaggiare quel Club e chiederne il gemellaggio e a sostegno recò doni gastronomici e una targa – ricordo.
I dirigenti viennesi però snobbarono la delegazione e la fecero ricevere da sottoposti non rappresentativi. Quando si dice crucchi…. Ma torniamo a noi:
La neonata sezione scacchi necessitava però di un proprio presidente, di un segretario e un consigliere che la rappresentasse nel Consiglio Direttivo della Società – E gli scacchisti, chi potevano inguaiare ? Come Presidente il Prof. Giuseppe Righi del quale ho già scritto il ricordo; a segretario-cassiere il designato fu Mario Mezzi , con la scusa che lui era un bancario (Mezzi l’ho citato nelle pagine precedenti) e infine….. il sottoscritto (ultimo arrivato) quale consigliere.
Gli scacchisti ebbero:
  • una saletta tutta per loro aperta tutti i giorni a tutte le ore:
  • fu acquistato materiale scacchistico a spese del Rapid;
  • chiesi e ottenni abbonamenti a due riviste: l’ Italia scacchistica e una estera.
Suppliva in parte a ciò l’obbligo della tessera da socio che andava pagata una volta l’anno da ciascuno di noi. La consumazione al bar (inglobato al circolo e dato in gestione ad Emidio e signora) non era obbligatoria ma, per decenza, gli adulti erano tacitamente chiamati a consumare, sia pure moderatamente.
Ma la vera contro partita chiesta dal Rapid era:
l’obbligo imposto al consigliere, cioè a me, di partecipare settimanalmente al Consiglio Direttivo con gli altri esponenti per discutere e deliberare sulle attività e proposte di tutte le Sezioni ( e alla prima riunione ebbi subito l’incarico di redigere il verbale di ogni seduta, tanto per gradire.).
E infine l’obbligo di fornire due volontari per vendere le cartelle delle tombole ogni domenica pomeriggio.
Li individuate tra di voi due volontari per siffatto compito ? Io no, ma ebbi la fortuna di trovare in Cottarelli e suo figlio Francesco chi mi dava una mano spesso; si prestò anche Mezzi qualche volta e. – , va detto a loro merito. -,Bonugli e Bolsi , tra i giovanissimi che si erano accostati agli scacchi.
Bolsi, un caro ragazzo, guascone alla parmigiana, addirittura si divertiva un mondo a vendere le cartelle agli anziani giocatori di tombola.
Come tutti i suoi coetanei anche Bolsi aveva talento nel gioco degli scacchi e non aveva soggezione chiunque fosse l’avversario.
La vita non gli fu benigna. Dovette emigrare in Brasile. Ogni tanto giungeva qualche sua notizia a Parma che io apprendevo tramite Bonugli e una buona fu che ad un forte torneo giocato a Bahia, Bolsi si era piazzato terzo assoluto. Quella terribile che ci lasciò tutti costernati fu la sua morte per infarto, ancora giovanissimo. (Chiudo questa triste parentesi e torno al filo conduttore del racconto.)
Dicevo che la partecipazione alle attività rapidine erano il prezzo da pagare e io ..contribuivo perchè mi rendevo conto che la tombola era il più corposo cespite che consentiva al Rapid di sanare il suo bilancio essendo le quote annuali dei soci chiaramente insufficienti.
E fu anche il tempo della curiosità suscitata dalla sfida mondiale Spassky-Fischer e delle continue bizze di quest’ultimo diffusamente narrate dai media e così, finalmente, una bella schiera di giovanissimi si accostò agli scacchi e ovviamente al Rapid così ospitale. Prima degli altri però,in ordine di tempo, fu Vezzosi ad accostarvisi già al caffè Garibaldi e divenne un fan di …Pettenati per la teoria della caccia al pedoncino .Presto dimostrò doti straordinarie e difatti è maestro internazionale ed è quasi sempre nelle prime piazze dei tornei a cui partecipa.
Parma 8Quasi contemporaneamente arrivarono Carioli che fu stupefacente nel progredire sino ad arrivare alla prima nazionale e prendersi lo sfizio, per ben due volte, a Reggio E. di battere tutti i contendenti , anche di categoria magistrale e vincere il prestigioso torneo del “Cavallo d’Argento” che il compianto Pederzoli di Reggio con tanta passione organizzava ogni anno in quella città .
Cos’ come era apparso d’improvviso, altrettanto rapidamente Carioli scomparve dalla scena scacchistica parmense. Nn ne seppi mai i motivi. Dicono si sia dedicato esclusivamente al bridge.
Cesare Accorsini, altro talento scacchistico sprecato. Aveva grinta da vendere. A Pesaro, ai campionati italiani. vinse il titolo di campione di categoria seconda nazionale battendo all’ultimo turno il favorito del torneo,che giocava in casa, .
Per provocarlo lo chiamavo : geometra (lo era) o: “Accorsinaccio” (ma così lo chiamava anche l’Avv. Soresi che spesso e volentieri giocava con lui) e lui si incavolava . Originale quanto basta, aveva sempre la battuta pronta . Ma sotto sotto si dimostrava un gran bravo figliolo.
Dopo decenni l’ho rivisto poco prima delle ultime elezioni politiche in Piazza Garibaldi. Non ha più i suoi bei capelli rossi fuoco : ora sono bianchi come la neve ed è diventato nonno.
Era in Piazza a fare volantinaggio per una formazione della sinistra. Il solito romantico ……
Continua a frequentare il Rapid nella nuova sede di periferia però gioca a …carte.
Ma sarà stato un caso o che altro, nessuno del gruppo giovanile era di talento scarso:
Ricordo ancor prima di Vezzosi, Paolo Bocchi divenuto rapidamente 1ª nazionale. Laureatosi, conobbe la futura compagna della sua vita che viveva in Piemonte. Gli spiaceva lasciare Parma ma nella vita non tutto si può avere.
Tanti anni dopo, partecipavo a un torneo di matusa a St. Vincent in Val d’Aosta. Ebbi la gradita sorpresa di rivedere Bocchi, ormai uomo maturo che si era sobbarcato il viaggio per salutarmi. Sono cose che fanno piacere.
Vivo, studente universitario, col suo gioco attendista difficilmente si faceva trovare in castagna;
Amovilli dal gioco furbo si era specializzato in aperture minori e …alle trappole in apertura;
Bonugli col suo gioco solido e senza fronzoli, lo ricordo in braghe corte aderire ad un incontro a squadre con ragazzi di Casalmaggiore ( mi accordai per organizzarlo con Mario Del Bono) ;
Menoni con la frangetta e braghe corte dimostrava una fantasia di gioco notevolissima: In un incontro a squadre contro La Spezia, lo feci giocare di proposito contro l’allora campionessa italiana Rita Gramignani e….. vinse ! Nessuno di essi era sburla legna e tutti – finalmente ! –affatto digiuni di teoria.
Altri giovanissimi frequentarono il Rapid a quel tempo e ricordarli e citarli tutti mi è impossibile .
Qualche nome (e non me ne vogliano se non aggiungo altro)…Pelagatti,.Fischetti; Caravita ……
Ma un cenno a parte merita Giuseppe GARDI:
Emiliano di Bologna ma residente a Milano, imprenditore di successo, prodigo e generoso in concreto e non a parole con gli amici, ha sposato una parmense, credo di FELINO che aveva e ha parenti a Parma, con i quali Gardi spesso si ritrovava, generalmente a fine settimana e, di sabato, prese a frequentare il Rapid per accompagnare il nipotino – figlio dell’architetto Maida – che a quel tempo ebbe curiosità per gli scacchi (siamo sempre all’epoca di Spassky -Fischer) . Il fatto è che la curiosità vera la ebbe lui, Gardi che oltre a frequentare – e giocare -al Rapid, andò a cercare gli scacchisti di Milano e divenne ben presto uno dei più valenti giocatori ( e mecenate…) della Scacchistica Milanese conseguendo la categoria magistrale. –
Il Consiglio Direttivo del Rapid considerava la sezione scacchi il proprio fiore all’occhiello e il Presidente Gherardi mi chiedeva insistentemente di organizzare, organizzare facendomi intendere che alle spese si sarebbe fatto fronte. Fu per questo che organizzai un incontro con la società scacchistica di Lubiana ,in una sorta di gemellaggio scacchistico oltre quello tra città già esistente.
Garantimmo ospitalità a nostre spese. Vennero in 4 più il capitano non giocatore. Io chiesi rinforzi a Reggio Emilia e Bologna: Vennero Trincardi e Palmiotto. Le buscammo ugualmente-
Poi invitammo la scacchistica milanese che ci chiese di visitare il nostro Regio. Trovammo il modo di accontentarli.
Prese a frequentare il Rapid a quel tempo un concittadino storico degli scacchi; il Rag. Bennicelli . Non giocava ma osservava i giocatori e un giorno mi disse che aveva tradotto dal tedesco l’opera omnia del Lasker a quel tempo pressocchè introvabile (oggi la si trova in commercio tradotta in italiano). La portò da far vedere e potei apprezzare un lavoro incredibile:
Ne parlai con il sig. Pace di La Spezia, arbitro e organizzatore appassionato di manifestazioni scacchistiche .
Si offrì di farne battere 5 copie a macchina da un dattilografo di sua conoscenza con l’intesa che tre copie le avrebbe trattenute La Spezia e due – con l’originale – per noi di Parma.
Bennicelli accettò la proposta e quando ebbe di ritorno il suo originale e copie, una copia la diede a me precisando che era mia a titolo personale, non del Circolo. Vi basti sapere che in ogni pagina ci sono diagrammi a quell’epoca fatti a mano e con i pezzi timbrati. Lavoro veramente notevole.-
E poi ci fu la serie dei tornei sponsorizzati OIKI del compianto mecenate nostro Giovanni Bettuzzi–
E qui mi sovviene un ricordo dei due ultimi virgulti arrivati tra noi; vale a dire di Andrea Briganti e Lorenzo Fieschi, dotati di notevole intelligenza e di talento nel gioco degli scacchi (oggi insegnanti apprezzati).
Un curioso episodio :
Durante i preparativi propedeutici a una delle edizioni OIKI, chiesi ad ambedue di piantar in strada paletti indicativi della sede di gioco, per indirizzare gli scacchisti in arrivo da altre città.
Di lì a pochi minuti scesero da un’ auto i genitori di Lorenzo chiedendo di lui. Risposi con tono scherzoso che stava lavorando con Andrea e la mamma di LORENZO mi rimbeccò subito: Lorenzo al lavoro ? impossibile !-
Quanto amore materno in quel: impossibile !
E poi ricordo le prime edizioni del Festival di Salsomaggiore.(una edizione la titolammo a De Nardo in collaborazione con l’indimenticabile Paolo Bertellini e l’amico Roberto Cavalca che continua con spirito encomiabile a organizzare tornei di livello internazionale con una costanza invidiabile. (Un grazie a Cavalca da tutti noi, a lui, mi sembra quanto meno doveroso). –
Invece non riuscii a soddisfare l’altro desiderio vivissimo del presidente del Rapid Oreste Gherardi di far venire a Parma gli organizzatori della celebre manifestazione di Marostica. Dopo ripetuti inviti ci risposero che fuori da Marostica non era pensabile emulare la manifestazione. Ringraziavano e salutavano….
Ma il resto della storia scacchistica è l’attualità e qui dunque chiudo ricordando lo scherzo da prete (ma non è poi così vero …….) giocatomi da Vezzosi che nel 2008-2009 si è dato da fare a tutto spiano in Regione a…raccogliere firme e adesioni per farmi avere dalla FSI il titolo di maestro ad honorem.
A mia insaputa (ma è vero !)
Cose che capitano !